Avevo cucinato per tre giorni. Mia nuora assaggiò appena il primo piatto e disse: “Noi non siamo più abituati a mangiare così.”

Avevo preparato la tavola per le feste, ma alla mia nuora non andava bene nulla…

Avevo settant’anni e vivevo da sola in una casa alla periferia di Reggio Emilia.

Mio marito, Carlo, era morto nove anni prima.

Da allora il Natale era diventato il giorno più silenzioso dell’anno.

Per questo, quando mio figlio Matteo mi telefonò dicendo che lui, sua moglie Francesca e i bambini sarebbero venuti a pranzo da me, iniziai a preparare tutto con quasi due settimane di anticipo.

Non li avevo tutti insieme a casa mia da più di un anno.

I miei nipoti, Luca e Chiara, crescevano così in fretta che ogni volta mi sembravano persone diverse.

Matteo lavorava a Milano per una società di consulenza. Francesca lavorava nel settore della moda.

Avevano una bella casa, viaggiavano spesso e conducevano una vita molto diversa dalla mia.

Non me ne lamentavo.

Volevo solo che quel giorno si sentissero a casa.

La mattina di Natale mi alzai alle cinque e mezza.

Preparai i cappelletti in brodo come li faceva mia madre.

Feci l’arrosto con le patate.

Tirai fuori dalla credenza il servizio buono che avevo usato per il matrimonio di Matteo.

Preparai anche una torta di riso perché da bambino ne mangiava sempre due fette.

Quando sentii l’auto fermarsi davanti al cancello, mi tolsi il grembiule e corsi alla porta.

Chiara fu la prima a scendere.

— Nonna!

Mi abbracciò così forte che per qualche secondo dimenticai tutto il resto.

Luca corse subito verso il piccolo albero in salotto.

Matteo mi baciò sulle guance.

Francesca entrò per ultima.

Indossava un cappotto chiaro molto elegante e teneva il telefono in mano.

Si guardò intorno.

— Che caldo qui dentro.

— Ho acceso il camino presto — dissi. — Pensavo facesse piacere ai bambini.

Lei non rispose.

A tavola portai il brodo.

— Cappelletti — disse Matteo sorridendo. — Questi mi mancavano.

Francesca guardò il piatto.

— C’è carne?

— Sì. Vitello, maiale e Parmigiano. Come li faccio da sempre.

Lei appoggiò il cucchiaio.

— Allora io passo. Cerco di evitare queste cose.

— Ti preparo della pasta in bianco.

— No, grazie.

Poi sorrise, ma non era un sorriso gentile.

— Noi ormai mangiamo molto più leggero.

Dissi soltanto:

— Certo.

Matteo abbassò lo sguardo.

I bambini, invece, finirono tutto il brodo.

Chiara ne chiese ancora.

Questo mi fece sorridere.

Quando portai l’arrosto, Francesca lo fissò come se avessi messo qualcosa di strano in tavola.

— Anche questo è abbastanza pesante.

— È Natale — disse Matteo.

Lei lo guardò.

— Non significa che dobbiamo stare male tutto il pomeriggio.

Matteo non rispose.

Io presi il piatto e tornai in cucina.

Mi ripetei che non era successo niente.

Che ognuno mangia ciò che vuole.

Che non dovevo essere permalosa.

Ma mentre tagliavo il pane sentii Francesca dire:

— Tua madre cucina ancora come quarant’anni fa.

Matteo rispose piano:

— È casa sua.

— Lo so. Sto solo dicendo che noi non siamo più abituati a mangiare così.

Rimasi ferma con il coltello in mano.

“Non siamo più abituati.”

Quelle parole mi fecero più male del rifiuto del cibo.

Perché dentro quel “noi” c’erano mio figlio e i miei nipoti.

Io, invece, ero diventata qualcos’altro.

Un’abitudine vecchia.

Una casa vecchia.

Un modo di vivere da cui Matteo si era allontanato.

Tornai in sala senza dire nulla.

Dopo pranzo i bambini iniziarono ad annoiarsi.

Il Wi-Fi funzionava male e Luca si lamentò che il suo tablet non caricava un gioco.

Allora dissi:

— Nel mobile sotto la televisione c’è una scatola con le vecchie decorazioni di papà.

Luca si voltò.

— Del nonno?

— Sì.

Tirarono fuori palline di vetro, piccoli angeli di legno e una stella rossa ormai scolorita.

Chiara prese una pallina blu.

— Questa è vecchissima.

— Tuo padre la ruppe quando aveva sette anni. Vedi quella riga? Tuo nonno la incollò.

Matteo alzò lo sguardo.

— Esiste ancora?

Rise.

Era la prima volta quel giorno che lo vedevo ridere davvero.

Cominciò a raccontare ai bambini di quando lui e suo padre decoravano l’albero.

Raccontò di una vigilia in cui Carlo aveva nascosto i regali in garage e poi aveva dimenticato dove li aveva messi.

I bambini ridevano.

Persino Francesca mise via il telefono.

Per un po’ sembrò tutto normale.

Poi portai la torta di riso.

Avevo appena appoggiato il piatto sul tavolo quando Francesca disse:

— No, Sofia, davvero. Per me niente. È troppo calorica.

Non so perché proprio quella frase mi fece cedere.

Forse perché avevo passato la sera prima a prepararla.

Forse perché Matteo da bambino la chiedeva ogni compleanno.

O forse perché per tutto il giorno avevo avuto la sensazione di dovermi scusare per ogni cosa che ero.

Dissi:

— Va bene.

Presi alcuni piatti e andai in cucina.

Chiusi la porta.

Poi mi sedetti.

Non piansi subito.

Guardai semplicemente le mie mani.

Erano più vecchie di come le ricordavo.

Le nocche gonfie.

Una piccola bruciatura sul pollice presa quella mattina.

Pensai che avevo cucinato tre giorni per persone che forse sarebbero state più contente con qualcosa comprato in gastronomia.

La porta si aprì.

Era Matteo.

— Mamma.

— Sto bene.

— No.

Si sedette davanti a me.

— Mi dispiace.

Scossi la testa.

— Non devi scusarti.

— Sì, invece.

Rimanemmo in silenzio.

Poi dissi:

— Forse Francesca ha ragione. Voi avete un’altra vita adesso. Io preparo ancora le cose come le facevo con tuo padre. Forse sono rimasta indietro.

Matteo mi guardò per alcuni secondi.

— Non sei rimasta indietro.

— Ti vedo tre volte l’anno.

Non era una frase che avevo preparato.

Mi uscì così.

Lui abbassò gli occhi.

— Lo so.

— I bambini stanno crescendo e io li conosco dalle fotografie che mi mandi.

Matteo si passò una mano sul viso.

— Ho sempre pensato che ci fosse tempo.

— Anch’io.

Quella parola rimase tra noi.

Poi sentimmo la voce di Chiara dalla sala.

— Papà! Vieni a vedere!

Quando tornammo, lei aveva messo la vecchia stella rossa in cima all’albero.

Storta.

Luca teneva in mano due fette di torta di riso.

— Nonna, questa è buonissima.

Francesca era seduta sul divano.

Aveva davanti a sé un piattino.

Con una piccola fetta di torta.

La indicò quasi con imbarazzo.

— L’ho assaggiata.

Non dissi niente.

— È buona — aggiunse. — Davvero.

Poi abbassò lo sguardo.

— Prima sono stata scortese.

Matteo la guardò.

Lei continuò:

— Non pensavo a tutto il lavoro che avevi fatto.

Non era una grande scena.

Non si alzò per abbracciarmi.

Non pianse.

Non diventammo improvvisamente migliori amiche.

Ma per la prima volta da quando era entrata in casa, la sua voce era diversa.

Quella sera rimasero più a lungo del previsto.

I bambini vollero vedere le fotografie di Matteo da piccolo.

Luca rise per dieci minuti davanti a una foto di suo padre con un taglio di capelli terribile del 1989.

Chiara mi chiese se la volta successiva potevamo preparare insieme i cappelletti.

Quando arrivò il momento di andare via, Matteo si infilò il cappotto e mi disse:

— La prossima domenica libera veniamo noi.

Sorrisi.

— Non promettere se non sei sicuro.

Mi guardò.

— Stavolta sono sicuro.

Francesca mi abbracciò prima di uscire.

Un abbraccio breve.

Un po’ rigido.

Ma sincero.

Quando l’auto sparì in fondo alla strada, rientrai.

Sul tavolo c’erano bicchieri da lavare, briciole e tovaglioli spiegazzati.

La casa non era perfetta.

Nemmeno noi lo eravamo.

Mentre raccoglievo i piatti, vidi che sul vassoio era rimasta soltanto una fetta di torta di riso.

La coprii con un piattino.

Era quella che avrei mangiato il giorno dopo.

E per la prima volta dopo molti Natali, l’idea di svegliarmi in una casa vuota non mi sembrò così pesante.