«Ancora tre giorni e sarà tutto mio», sussurrò mia moglie. Credeva che stessi dormendo

Mia moglie credeva che stessi dormendo quando si chinò verso mia figliastra e disse:

— Ancora tre giorni. Poi non dovremo più chiedergli niente.

Non aprii gli occhi.

Non mossi una mano.

Continuai a respirare lentamente, come avevo fatto per quasi un’ora nel letto dell’ospedale.

Fu mia figliastra, Giulia, a rispondere.

— E la casa?

Mia moglie, Laura, abbassò ancora di più la voce.

— La casa resta a me. Per la macchina vediamo dopo.

Poi entrambe tacquero.

Sentii una sedia spostarsi.

Il rumore della borsa di Laura.

La porta che si chiudeva.

Solo allora aprii gli occhi.

Sul comodino c’erano un bicchiere d’acqua, il telefono e una fotografia scattata l’estate precedente davanti alla nostra casa, sulle colline fuori Parma.

Laura aveva un braccio intorno alla mia vita.

Sorrideva.

Io pure.

Guardai quella foto per diversi minuti.

Poi presi il telefono e chiamai una sola persona.

Non un avvocato.

Non mio fratello.

Chiamai Sergio, l’uomo che si occupava della mia proprietà da quasi diciotto anni.

Quando rispose dissi:

— Domani mattina ho bisogno che tu faccia una cosa per me.

Ci fu un breve silenzio.

— Dimmi.

— Vai nel mio studio. Nel secondo cassetto della scrivania c’è una cartellina blu. Portala al notaio Bianchi.

— È successo qualcosa?

Guardai la porta della stanza.

— Non lo so ancora.

Ed era vero.

In quel momento non sapevo se stessi per perdere la salute, il matrimonio o entrambe le cose.

Sapevo soltanto che mia moglie aveva già iniziato a dividere una vita in cui io ero ancora presente.


Mi chiamo Alberto Rinaldi.

Avevo sessantun anni quando accadde.

Per quasi trentacinque avevo gestito una piccola azienda di serramenti insieme a mio fratello, prima, e poi con alcuni dipendenti diventati nel tempo quasi famiglia.

Non ero ricco come Laura amava raccontare agli altri.

Avevo una buona casa.

Qualche risparmio.

L’azienda.

Un terreno con una piccola vigna che mio padre aveva piantato quando ero ragazzo.

E soprattutto una vita costruita lentamente.

La mia prima moglie, Anna, era morta nove anni prima dopo una lunga malattia.

Per due anni non avevo voluto conoscere nessuno.

Poi incontrai Laura a una cena organizzata da amici.

Era divorziata.

Aveva una figlia di ventisette anni, Giulia.

Laura era diversa da Anna.

Più decisa.

Più socievole.

Sembrava sapere sempre cosa fare.

Quando iniziammo a frequentarci, quella sicurezza mi fece bene.

Tre anni dopo ci sposammo.

Aggiornai alcune disposizioni patrimoniali.

Non perché lei me lo chiedesse.

Perché mi sembrava normale.

Laura sarebbe stata mia moglie.

Giulia non era mia figlia, ma avevo cercato di trattarla con rispetto.

Pensavo che bastasse.

Poi cominciai a stare male.


All’inizio era solo stanchezza.

Poi nausea.

Perdita di peso.

Esami del sangue fuori posto.

Una mattina svenni nell’officina.

Mi portarono in ospedale.

Dopo altri accertamenti, un medico mi spiegò che alcuni valori epatici erano molto preoccupanti.

Non disse che sarei morto.

Ma disse che nelle successive settantadue ore sarebbe stato importante capire se la situazione si sarebbe stabilizzata o peggiorata.

Laura era con me.

Ricordo ancora la sua domanda.

— Potrebbe perdere conoscenza?

Il medico rispose:

— È una possibilità, se il quadro dovesse peggiorare.

All’epoca mi sembrò una domanda normale.

Solo dopo cominciai a ricordarla in modo diverso.

Quella sera Laura rimase accanto al mio letto fino a tardi.

Giulia arrivò verso le nove.

Io avevo ricevuto un sedativo leggero e tenevo gli occhi chiusi.

Non dormivo davvero.

Fu allora che sentii quelle parole.

“Ancora tre giorni.”

Non era solo il contenuto a colpirmi.

Era il tono.

Nessuna paura.

Nessuna esitazione.

Sembravano due persone che aspettavano la conclusione di una pratica.

Giulia chiese della mia auto.

Laura le disse di aspettare.

Poi parlarono della casa.

Della vigna.

E di Sergio.

— Lui deve andare via subito — disse Laura.

— Perché?

— Perché conosce Alberto da troppo tempo. E sa dove sono tutti i documenti.

Fu quella frase a spaventarmi davvero.

Non i soldi.

Non la macchina.

I documenti.


La mattina seguente Laura arrivò con il caffè e un sorriso stanco.

— Come ti senti?

— Debole.

Mi accarezzò una mano.

— Devi solo riposare.

La guardai.

Per la prima volta in sette anni di matrimonio mi chiesi quanto di quella donna conoscessi davvero.

Non dissi nulla.

Più tardi arrivò il medico.

Aveva in mano una cartella e sembrava confuso.

— Signor Rinaldi, dobbiamo ripetere alcuni esami.

— Perché?

— Ci sono valori che non coincidono.

Non gli diedi molta importanza.

Ero più concentrato su quello che avevo sentito durante la notte.

Quel pomeriggio Sergio mi chiamò.

— Ho portato la cartellina al notaio.

— Hai guardato dentro?

— No.

— Bene.

La cartellina conteneva il mio vecchio testamento, alcuni documenti societari e una delega che avevo firmato mesi prima per permettere a Laura di gestire alcune spese durante la mia malattia.

Non sapevo ancora se ci fosse qualcosa di irregolare.

Volevo solo capire esattamente cosa potesse fare in mia assenza.


Il giorno dopo accadde qualcosa che non avevo previsto.

Il medico tornò insieme a una collega.

Chiuse la porta.

— Signor Rinaldi, dobbiamo correggere una parte importante di ciò che le abbiamo detto.

Sentii lo stomaco stringersi.

Mi spiegò che uno dei referti iniziali era stato associato erroneamente alla mia cartella durante una fase di lavorazione.

I miei valori erano comunque alterati.

Avevo davvero un problema al fegato.

Ma la situazione era molto meno grave di quanto inizialmente temuto.

Servivano trattamento, controlli e un cambio radicale di alcune abitudini.

Ma non stavano più parlando di ore o giorni.

— Quindi non sto morendo?

Il medico esitò.

— Non sulla base di ciò che vediamo adesso.

Rimasi in silenzio.

Avrei dovuto sentirmi felice.

Ero felice.

Ma il primo pensiero che ebbi fu Laura.

Lei credeva ancora che avessi davanti pochissimo tempo.

E io, per la prima volta, avevo bisogno di sapere cosa avrebbe fatto se avesse continuato a crederlo.


Non organizzai nessuna vendetta.

Non registrai conversazioni di nascosto.

Non finsi di stare peggio di quanto stessi.

Semplicemente non raccontai subito a Laura la correzione della diagnosi.

Prima parlai con il notaio.

Poi con il mio commercialista.

Scoprii alcune cose.

Laura aveva chiesto informazioni sui conti aziendali.

Aveva cercato di capire quanto rapidamente avrebbe potuto vendere la mia quota della società.

E negli ultimi due mesi erano usciti dal nostro conto comune diversi bonifici verso un conto intestato solo a lei.

Non erano cifre enormi prese singolarmente.

Ma sommate superavano i ventimila euro.

Quando chiesi al commercialista se li avesse autorizzati lui, scosse la testa.

— Alberto, pensavo fossero spese familiari.

— Anch’io.

Chiesi gli estratti.

C’erano bonifici con causali generiche.

“Casa.”

“Anticipo.”

“Spese.”

Uno era finito a una società immobiliare.

Non conoscevo quella società.

Sergio sì.

Quando gli mostrai il nome, impallidì.

— Giulia sta cercando casa.

— Come lo sai?

— Me l’ha detto Laura due settimane fa. Pensavo che l’avreste aiutata.

Non avevo mai promesso di comprare una casa a Giulia.


Rientrai dall’ospedale quattro giorni dopo.

Laura sembrò sorpresa.

Non felice.

Sorpresa.

— Ti hanno dimesso?

— Sì.

— Ma avevano detto…

Lasciò la frase a metà.

— Hanno ripetuto gli esami.

Mi guardò a lungo.

— E?

— Devo curarmi.

Non dissi altro.

Quella sera cenammo insieme.

Laura parlò poco.

Giulia non venne.

Dopo cena aspettai che sparecchiasse.

Poi misi sul tavolo gli estratti conto.

Laura si fermò.

— Cosa sono?

— Vorrei che me lo dicessi tu.

Le indicai i bonifici.

Il suo viso cambiò.

Non molto.

Quanto basta.

— Sono soldi nostri.

— Sì.

— E allora?

— Perché ventunmila euro sono finiti su un conto che non conosco?

Laura si sedette.

— Volevo aiutare Giulia con l’anticipo di un appartamento.

— Con i nostri soldi senza dirmelo?

— Pensavo che non sarebbe stato importante.

La guardai.

— Perché pensavi che presto non sarebbe più stato importante?

Non rispose.

In cucina si sentiva solo il ronzio del frigorifero.

Poi le dissi:

— Ti ho sentita in ospedale.

Laura alzò lentamente gli occhi.

— Cosa?

— “Ancora tre giorni e sarà tutto mio.”

Il colore le sparì dal viso.

Non negò.

Quello fu quasi peggio.

— Alberto, ero sconvolta.

— Non sembravi sconvolta.

— Non sai cosa significhi stare accanto a una persona malata.

— Anna è morta tra le mie braccia.

Laura abbassò gli occhi.

Non parlò più.


Non ci fu nessuna grande scena.

Nessuno venne cacciato di casa quella notte.

Dormii nella stanza degli ospiti.

La mattina dopo andammo insieme da un avvocato.

Due settimane più tardi iniziai la separazione.

I trasferimenti vennero ricostruiti e una parte delle somme fu restituita.

Modificai le deleghe.

Aggiornai il testamento.

Non lasciai tutto a Sergio.

Non regalai l’azienda a qualcuno per punire Laura.

La vita reale non funziona così.

La casa rimase mia.

A Laura spettò ciò che le spettava secondo gli accordi e la legge.

Giulia smise di chiamarmi.

Per qualche mese mi fece male.

Poi capii che non potevo obbligare nessuno a considerarmi famiglia.


La cosa più difficile da accettare non fu il denaro.

Fu un dettaglio che scoprii settimane dopo.

Sergio mi portò una scatola con alcuni documenti recuperati dal mio studio.

Dentro c’era una lista scritta da Laura.

“Contattare banca.”

“Valutare casa.”

“Parlare con Giulia dell’auto.”

“Cambiare serrature.”

E in fondo:

“Sergio – chiavi.”

Rimasi seduto con quel foglio in mano.

Diciotto anni di lavoro.

Natali passati insieme.

Il funerale di Anna.

Le domeniche in cui Sergio veniva ad aiutarmi con la vigna anche quando non era pagato per farlo.

Per Laura era diventato una voce su una lista.

Qualcuno da allontanare.

Forse perché sapeva troppo.

O forse semplicemente perché apparteneva alla mia vita precedente, quella che lei pensava stesse per finire.


È passato più di un anno.

La mia salute non è tornata quella di prima.

Faccio controlli regolari.

Prendo farmaci.

Bevo molto meno vino di quanto vorrei.

Alcune mattine mi stanco dopo una rampa di scale.

Ma sono qui.

L’azienda oggi è gestita soprattutto da due collaboratori che lavorano con me da più di vent’anni.

Io passo in ufficio tre o quattro mattine alla settimana.

Sergio continua a occuparsi della vigna.

Una volta gli dissi:

— Dopo quello che hai fatto per me, dovrei almeno aumentarti lo stipendio.

Rise.

— Dopo quello che hai mangiato a Natale per diciotto anni a casa mia, dovresti già essere in debito.

Era la prima volta dopo mesi che ridevo davvero.

Laura vive in un appartamento dall’altra parte della città.

Non ci sentiamo quasi mai.

L’ultima volta che l’ho vista fu davanti allo studio dell’avvocato.

Prima di andare via mi disse:

— Non volevo che morissi.

La guardai.

Credo che dicesse la verità.

Ed era proprio questo a fare più male.

Forse non desiderava la mia morte.

Aveva semplicemente cominciato troppo presto a immaginare la vita dopo di me.

Una vita in cui la casa, il denaro, l’auto e perfino le persone che mi erano state vicine avevano già cambiato proprietario.

Quella notte in ospedale pensavo di avere tre giorni.

In realtà ne avevo molti di più.

Abbastanza per capire una cosa che non avevo mai voluto chiedermi durante il matrimonio:

non conta soltanto chi rimane accanto al tuo letto quando stai male.

Conta ciò che quella persona comincia a fare quando crede che tu non possa più sentirla.