Il giovedì sera si trascinava come sempre. Larisa finì di lavare l’ultimo piatto, si asciugò le mani sullo strofinaccio a quadretti ormai sbiadito, quello con i fiordalisi comprato al mercato otto anni prima. Sul fornello, le patate con lo spezzatino in scatola e la cipolla avevano finito di cuocere. Sergej era in ritardo di quaranta minuti, ma ormai non sorprendeva più nessuno.

Lei gli mise la porzione più grande, la coprì con un piatto perché non si raffreddasse, e sistemò il suo posto vicino alla finestra, come sempre. Nell’ingresso finalmente scattò la serratura. Sentì il marito togliersi le scarpe con troppa violenza, poi passare davanti alla cucina senza nemmeno guardare dentro, diretto in camera da letto. «Serëža, ti ho lasciato le patate.
Sono ancora calde» disse Larisa verso il corridoio. Dalla camera arrivò una risposta vaga, poi lui riattraversò il corridoio. E in quel momento Larisa sentì un odore. Una colonia sconosciuta, pesante, legnosa, con una punta amara e fredda.
Non era quella di Sergej, la solita nella scatola blu che lei gli comprava ogni novembre da dieci anni. Uscì nel corridoio. Sergej stava con le spalle all’ingresso, tirava giù dall’armadio una grande valigia a quadretti. Quella con cui erano andati nei Carpazi quando Katja aveva quattro anni e correva lungo il binario con un berretto rosso.
Era nuova, allora. Ora aveva gli angoli consumati. Lui la aprì e la gettò in mezzo al corridoio. «Parti per un viaggio di lavoro?
» chiese Larisa con calma. Lui non si voltò. «Me ne vado» disse. Lei recepì le parole, ma il senso non arrivò.
Stava lì in vestaglia, con le pantofole sloggate, l’odore di cipolla fritta ancora sulle dita, e lui diceva: «Me ne vado». «Dove? » chiese, e sentì la voce farsi sottile. «Per sempre» rispose Sergej, andando a prendere un altro mucchio di cose.
Larisa fece due passi e si fermò sulla soglia della camera. Lui apriva i cassetti, buttava calzini, magliette, maglioni nella valigia senza piegarli. Aveva fretta. «Ho un’altra» disse senza guardarla.
«Penso che tu l’avessi intuito. Non sei stupida. Si chiama Mila. »
Mila.
Larisa conosceva quel nome. Negli ultimi tre mesi Sergej lo aveva pronunciato sempre più spesso, con una noncuranza voluta. «Mila è nuova nel reparto», «Mila ha portato il preventivo», «A Mila è piaciuta la mia idea». Una volta Larisa aveva visto quel nome sul suo telefono, lasciato sul mobiletto del bagno.
Il messaggio diceva: «Oggi eri irresistibile». Lei aveva chiuso la porta del bagno, si era seduta sul bordo della vasca e non aveva fatto nulla. Si era detta: non farò la gelosa idiota, mi fido. «Mila» ripeté ad alta voce.
Le uscì quasi calmo, solo qualcosa le graffiò la gola. «Sì, Mila» confermò Sergej, tornando alla valigia e comprimendo le camicie con il pugno. «Ha ventotto anni. È una redattrice intelligente.
Con lei io vivo, capisci? Non sopravvivo. »
«Ventitré anni» disse Larisa. «Sono ventitré anni che stiamo insieme.
»
«E allora? » Sergej si raddrizzò. «Lara, cosa vuoi contare adesso? Ventitré, venticinque, che differenza fa?
Non è un argomento, è solo un termine. »
Un termine. Lei afferrò quella parola e la tenne davanti a sé come si tiene un coccio. Un termine ha una scadenza.
E la loro scadenza, a quanto pareva, era arrivata quel giovedì, tra le patate con lo spezzatino e il tè mai bevuto. «E Katja? » chiese. Sergej alzò le spalle.
«Katja è grande, ha ventun anni. Capirà. »
«Le hai telefonato? »
«Le telefonerò dopo.
»
Chiuse la valigia, la spinse con il ginocchio per far scattare la cerniera. Passò davanti a lei. Dall’armadio del corridoio tirò fuori il cappotto invernale e un paio di scarpe nuove in una scatola. Marroni, scamosciate, costose.
Quando le aveva comprate? Con quali soldi? E perché non se n’era accorta prima? Forse se n’era accorta, eccome.
Aveva notato la colonia, i ritardi, le camicie nuove. Ma dentro di lei quei pezzi erano rimasti separati, e lei non si era permessa di ricomporre il quadro. «Serëža» disse, «aspetta, siediti, parliamo. »
«Di cosa?
» Si voltò. «Larisa, ho già deciso. Un mese fa. Non sono venuto qui a discuterne.
Sono venuto a prendere le mie cose. »
«Un mese fa. E hai mangiato allo stesso tavolo con me, in silenzio. »
«E cosa dovevo dire?
» Alzò la voce. «Che mi annoio con te, che soffoco, che ho quarantotto anni e, tra l’altro, sono ancora un uomo? Hai visto tutto da sola. Non fare finta che sia una novità.
»
Lei non faceva finta. Rimase lì ferma. Le pantofole sembravano incollate al pavimento. «Pensavo che avresti urlato» disse Sergej.
«Ero pronto. Grida, piangi, rompi i piatti. Non mi importa. »
Ma si vedeva che invece gliene importava.
Qualcosa in lui si arrabbiava perché lei non gridava. Come se il suo silenzio rompesse la scena che aveva provato strada facendo. «Serëža» riuscì a dire, «pensa. Abbiamo l’appartamento, abbiamo Katja, abbiamo…
me. » Voleva dire «hai me», ma non ci riuscì. Come se quel «me» non fosse più «nostro» da tempo, ma solo suo, e dirlo ad alta voce fosse imbarazzante. «Ci ho pensato» disse Sergej.
«Ci ho pensato per sei mesi. Non voglio più stare con te. Punto. »
E poi lo disse.
Stava nel corridoio con la camicia blu nuova. Profumava di colonia altrui. Ai suoi piedi c’era la valigia a quadretti della loro giovinezza. E lui la guardava e parlava leggero, quasi allegro.
Come si parla quando ci si toglie un sacco di patate dalle spalle. «Lara, ma guardati. Chi ti vuole alla tua età? »
«Cosa?
»
«Io almeno comincerò a vivere, capisci? Vivere. E tu? Tu sei abituata a startene da sola?
Ti sarà normale anche adesso? »
Aveva quarantasei anni. Stava davanti allo specchio dell’ingresso, senza guardarlo, ma sapeva cosa avrebbe visto. I capelli grigi alle tempie che aveva smesso di tingere la primavera scorsa.
Le rughe intorno agli occhi. Quel collo che Sergej, quindici anni prima, guardava dicendo: «Hai il collo più bello del mondo, Larka». Non erano complimenti. Era qualcos’altro.
Allora lui sapeva guardare. Ora guardava attraverso. «Va bene» disse lei. Lui non se l’aspettava.
Alzò perfino un sopracciglio. «Cosa? »
«Va bene, vai. »
Sergej sbuffò, scosse la testa, come se le fosse quasi dispiaciuto.
Così silenziosa, così poco conflittuale, incapace perfino di fare una scenata da donna normale. Si chinò, prese la valigia, si gettò il cappotto sulle spalle. «Almeno senza isteria» borbottò. «Già qualcosa.
»
Sulla porta si fermò. Larisa pensò che avrebbe detto qualcosa su Katja, sui soldi, sull’appartamento. Qualcosa di umano. Ma lui disse solo, senza voltarsi: «Il resto lo prendo nel fine settimana.
Non buttare via niente dal mio studio. Ci sono le mie carte. »
Lo studio. La piccola stanza in fondo al corridoio, dove lui aveva la scrivania e i suoi libri, e dove Larisa, di notte, quando lui dormiva, si sedeva al portatile a scrivere il suo romanzo.
«Non butterò via niente» disse. La porta sbatté. Larisa rimase sola. Nell’ingresso l’odore della sua nuova colonia era forte, come una presenza viva rimasta al posto del marito.
Rimase ferma un attimo, poi andò lentamente in cucina. Sul fornello c’era ancora il suo piatto, coperto. Il tè nella teiera si era raffreddato. Larisa tolse il piatto di sopra e guardò le patate.
Erano unte, la cipolla dorata, leggermente bruciacchiata ai bordi, come piaceva a Sergej. Ventitré anni che ricordava come gli piaceva. Prese il piatto e lo portò verso la spazzatura. Stava per rovesciarlo, poi si fermò.
Rimase lì, lo rimise sul tavolo, si sedette di fronte, prese una forchetta e cominciò a mangiare. Senza pane, senza tè, lentamente, un pezzo alla volta. La cipolla era amara. Mangiava perché aveva lo stomaco vuoto, perché altrimenti le si sarebbe girata la testa, perché una cosa è perdere il marito e un’altra è perdere anche la cena.
La cipolla era buona. Le patate erano venute come dovevano. In tasca alla vestaglia le vibrò il telefono. Guardò il display.
Katja. Sospirò, prese fiato e rispose. «Mamma, ciao. » La figlia aveva la voce allegra.
In sottofondo la televisione. Qualcuno rideva. «Ciao, pesciolino mio. »
«Perché hai questa voce?
Sembra che esca da un pozzo. »
«Sono stanca. Giornata lunga. »
«Senti, ti chiamo perché sabato non veniamo con Artëm.
Arrivano i suoi genitori da Anapa, dobbiamo andarli a prendere. Non offenderti. E sabato prossimo di sicuro. Papà è a casa?
»
Larisa guardò nel corridoio. C’erano solo le sue pantofole. Le scarpe di Sergej, quelle vecchie e consumate con cui andava in cortile a comprare il pane, non c’erano più. Le aveva portate via con tutto il resto.
«No» disse. «Papà è trattenuto. »
«Ah. Beh, come al solito.
Digli di non lavorare la notte. Ha la schiena. Un bacio, mamma. Vado, ho le lezioni.
»
«Un bacio» riuscì a dire Larisa. E nella cornetta erano già scattati i toni brevi. Posò il telefono sul tavolo a schermo in giù. Meno male che Katja non aveva chiesto altro.
Meno male che aveva il suo Artëm, le sue lezioni, la sua vita. Larisa finì le patate. Lavò il piatto e la forchetta, li mise nell’apposito scolapiatti, pulì il tavolo, tolse dal fornello la teiera ormai fredda e buttò l’acqua. Non voleva bere dell’acqua che si era scaldata per lui.
Ne mise di nuova. Mentre l’acqua bolliva, rimase alla finestra. Fuori si era fatto buio. Nella casa di fronte le finestre erano accese.
Qualcuno cenava, qualcuno guardava la tv, su un balcone fumava un uomo in canottiera. La vita normale della gente normale. Solo dietro la sua finestra, quel giorno, il mondo si era mosso un po’. E lì, dentro, no.
Il bollitore fischiò. Larisa si preparò un tè in una grande tazza con un piccolo sbrego sul bordo. Quella tazza Sergej le aveva regalato dodici anni prima, per l’8 marzo, e quando si era scheggiata lei aveva voluto buttarla. Ma lui aveva detto: «Non buttarla, mi piace.
È la tua tazza». Ora la stringeva con entrambe le mani, guardava lo sbrego e pensava: «Sì, mia». Con la tazza in mano passò nell’ingresso. Accese la luce, vivida e tagliente.
Nell’ingresso era vuoto. Un gancio con il suo cappotto e il maglione di Katja dimenticato dalla visita precedente. Per terra, le sue pantofole. Sullo scaffale delle scarpe, lo spazio vuoto dove prima stavano le sue scarpe da lavoro, le scarpe da ginnastica, i mocassini da casa.
Strano. Non era cambiato quasi nulla, e lo spazio era diverso. Come se la stanza si fosse allungata. Larisa andò nello studio.
Per la prima volta quella sera si permise di entrare senza camminare in punta di piedi. Accese la lampada da tavolo, la vecchia dal paralume verde comprata al mercatino. Sulla scrivania c’erano le carte di Sergej. Il suo taccuino.
Accanto, il suo portatile, che ufficialmente viveva lì da due anni e prima aveva vagato per casa come un gatto randagio. Larisa si sedette sulla sedia, che scricchiolò. Aprì il portatile, aspettò che si accendesse, inserì la password. Sul desktop c’era una sola cartella, che si chiamava semplicemente «Il lato silenzioso».
Dentro: capitoli, varianti, note, schizzi. Dieci anni di lavoro. Dieci anni di notti in cui il marito dormiva e lei sedeva lì, sotto quella lampada verde, a scrivere di una donna che per tutta la vita aveva aiutato il talento degli altri a farsi sentire più forte, finché non aveva capito che la sua voce era stata, per tutto quel tempo, più potente. Larisa portò il cursore sulla cartella e fece doppio clic.
La prima cosa che vide fu che i capitoli erano diminuiti. Non molti, tre o quattro, e non li contò subito. Ma i primi capitoli, quelli scritti per primi nei primi due anni di lavoro, non c’erano più. Aggrottò la fronte, bevve un sorso di tè.
Il tè era bollente, le bruciò la lingua. Non ci fece caso. Guardò di nuovo l’elenco. Il cuore non aveva ancora accelerato.
Per ora pensava solo: strano. Dove sono finiti? Aprì la cartella a schermo intero. Passò lo sguardo dall’alto in basso.
Capitolo quarto, quinto, sesto. Il primo non c’era. Nemmeno il secondo. Nemmeno il terzo.
Non c’era nessuno dei primi capitoli, quelli scritti dieci anni prima, nell’estate in cui aveva cominciato il libro sul vecchio computer fisso, poi trasferiti sul portatile. Gli stessi capitoli in cui aveva sentito per la prima volta la voce della sua protagonista. Dov’erano la scena con la madre? La scena in ospedale?
La scena con la tazza verde sul davanzale? Non c’erano. Larisa scorse di nuovo l’elenco. Gli occhi cominciavano a catturare dettagli che non tornavano.
Le date dell’ultima modifica di alcuni file erano sospettosamente recenti. Non di oggi, no, ma nemmeno quelle che ricordava. Un file era stato modificato nella notte del 18 luglio, un altro all’inizio di settembre. Erano notti in cui aveva dormito tranquilla.
Non ricordava di essersi seduta a lavorare in quei periodi. Aveva note di lavoro, un piano scritto a mano. Ogni modifica la segnava nei margini dell’agenda con una penna blu. Avrebbe saputo se avesse lavorato in quelle notti.
Cliccò con il tasto destro su uno dei file. Proprietà. Data di creazione: dieci anni prima. Data di modifica: un mese e mezzo prima.
La finestrella delle proprietà rimase sullo schermo, piccola, grigia, e in quella finestrella grigia c’erano i numeri come prove. La chiuse, aprì un altro file. Proprietà. Stessa storia.
Si alzò, andò alla porta dello studio e la chiuse, anche se in casa non c’era nessuno. Un gesto automatico. Chiudere perché nessuno sentisse, anche se non c’era nessuno da sentire. Tornò alla sedia, aprì il browser, accedette alla sua posta.
Ci andava di rado. Si accumulavano newsletter, pubblicità, auguri del parrucchiere e qualche lettera di amiche. Ora andò dritta alla cartella «Inviata». E lì, per la prima volta quella sera, qualcosa in lei tremò davvero.
Nella cartella degli inviati c’erano email che non aveva scritto. Nessuna, parecchie. Il destinatario era sempre lo stesso: Sergej. Non la casella di lavoro, ma quella personale, quella che non usava quasi mai.
Larisa si chinò verso lo schermo. Orario di invio della prima email: l’una e mezza di notte, due mesi prima. Allegato: un documento in formato RTF, nome «Il lato silenzioso, capitoli 1-3, prima versione». Aprì la seconda email: l’una di notte, una settimana dopo.
Allegato: capitoli 4-6. Lavoro in corso. La terza, la quinta, la settima. Tutte di notte, tutte con allegato, tutte al suo indirizzo.
Larisa si alzò. All’improvviso ebbe freddo. Attraversò la stanza, arrivò alla finestra. Fuori c’era una lampada gialla, intorno alla luce svolazzavano moscerini.
Dai vicini di fronte si era spenta la luce in camera. Era rimasta accesa solo la lucina della cucina. Da qualche parte abbaiava un cane. Larisa appoggiò la fronte al vetro freddo.
Cercò di ricordare quelle notti, le tre e mezza di due mesi prima. Era, a quanto pareva, luglio. Un luglio caldo e afoso. Larisa si era appena presa un brutto raffreddore.
Il climatizzatore nel minibus, la finestra aperta di notte, era venuto tutto insieme. La bronchite la colpiva sempre duramente. La dottoressa le aveva prescritto dei sonniferi forti, perché senza non riusciva a dormire per la tosse. Ricordava di essersi messa a letto alle undici, di aver preso la pastiglia e di essere sprofondata come in acqua.
Sergej dormiva nella stanza accanto. Diceva che non voleva respirare il contagio. La mattina si era alzata a fatica verso le nove. La testa pesante, i pensieri lenti.
In quelle notti fisicamente non poteva sedersi al computer e inviare una mail. Figuriamoci inviare un manoscritto a suo marito, che comunque viveva con lei nello stesso appartamento. Larisa tornò al portatile, si sedette, guardò di nuovo le email. Ne aprì una.
Nel corpo dell’email non c’era una parola, solo l’allegato. Niente «caro Serëža» o «ti mando, guarda». Nemmeno una virgola, nemmeno una lettera. Campo vuoto e file.
Chi inviava quelle email? Certo, chi. Certo, come. Sergej conosceva sempre la sua password.
Diceva sempre: «Siamo una famiglia, che segreti vuoi che ci siano. Anche tu conosci la mia». La conosceva. Sì.
E non l’aveva mai guardata. Larisa non avrebbe guardato nemmeno adesso, forse, se quella sera non ci fossero stati la valigia e quel «chi ti vuole alla tua età». Andò avanti. Aprì il cestino della posta.
Lì trovò una lunga catena di email cancellate, identiche, con allegati, inviate da lei a sé stessa. A quanto pareva, prima le aveva inviate dalla sua casella alla sua stessa casella per ottenere il file, poi le aveva scaricate e cancellato le tracce. Poi, a quanto pareva, aveva deciso di non perdere tempo e aveva cominciato a inviarle direttamente al suo indirizzo. Larisa si alzò dal tavolo e andò alla vecchia cassettiera di legno in un angolo.
In basso c’era un cassetto pesante, dove teneva i suoi quaderni. Per dieci anni aveva scritto prima a mano, poi trascritto. I quaderni si erano accumulati in quantità: normali quaderni a quadretti, con la spirale e le copertine consumate. Aveva la stupida abitudine di scrivere la data sulla prima pagina di ogni quaderno.
Si sedette per terra, aprì il cassetto, cominciò a frugare. Questo è il 2016, agosto. Qui ci sono i primissimi capitoli scritti a mano, con l’inchiostro blu sbiadito. La tazza verde, la madre, l’ospedale, la scena con l’ascensore.
Tutto era lì, con la sua scrittura e le sue annotazioni ai margini. Con i quaderni in mano tornò al portatile, li appoggiò sul tavolo in una pila, poi guardò nel Cloud. Lì aveva una copia di backup. Una volta aveva perso un pezzo di testo e non voleva rischiare di nuovo.
Nel Cloud c’erano tutti i capitoli, intatti. A Sergej non era venuto in mente di cancellarli, o non sapeva che avesse un Cloud. Larisa aprì un file. Capitolo primo.
La tazza verde. Data di creazione del file: dieci anni prima. Maggio, giovedì. Data dell’ultimo salvataggio: lo stesso giovedì.
Pulito. Nessuno ci aveva messo le mani. Eppure voleva un’altra conferma. Da qualche parte aveva una vecchia chiavetta USB, blu, piccola, con la lettera «L» scarabocchiata con un pennarello.
Katja da bambina gliel’aveva scarabocchiata quando prendeva le cose della madre e le firmava con le sue iniziali. Larisa guardò nel cassetto in basso della scrivania, frugò tra la cancelleria, la trovò e la inserì nella porta. La chiavetta era vecchia, si aprì con uno stridore. Dentro, la cartella «romanzo, lavoro».
Anni 2016-2017. Lì c’erano gli stessi primi capitoli, le stesse scene con le stesse date. La tazza, la madre, l’ascensore, tutto al suo posto. Larisa si appoggiò allo schienale e guardò il soffitto.
Sul soffitto c’era una vecchia crepa, risalente a quando i vicini di sopra li avevano allagati. Sergej aveva sempre voluto stuccarla e non l’aveva mai fatto. Ora non l’avrebbe fatta mai più. E in quel momento capì.
Non subito, non come un colpo, ma come quando si guarda il disegno della carta da parati e non si vede un volto, e poi all’improvviso sì, e non si può più non vederlo. Sergej non si era portato via solo le cose. Non solo le camicie e il cappotto. No.
Si era portato via il libro. Il suo libro. Quello stesso romanzo su cui aveva passato dieci anni di notti. «Troppo femminile.
Ricordi, Lara? Oggi non si legge più così. » Ricordava come arricciava il naso quando vedeva i suoi quaderni. Come una volta, davanti agli ospiti, aveva detto: «Anche Lara scrive.
Ecco, per il cassetto, per l’anima, come tutti». E tutti annuivano comprensivi. Larisa chiuse gli occhi. Davanti a lei si materializzò un’immagine.
Sergej, nuovo, con la camicia blu e la barba curata, che davanti allo specchio provava il discorso sul suo primo grande romanzo. E Mila seduta sul bordo della sua scrivania in jeans corti che dice: «Serëža, sei un genio. Per così tanti anni l’hai portato dentro di te». Larisa non c’era mai stata, ma vedeva quella scena con una chiarezza assoluta, come se guardasse dal buco della serratura.
Domani. Domani ha la presentazione a porte chiuse. La direzione. Il grande romanzo del nuovo autore Sergej.
Ne parlava da un mese. Larisa ricordava come mercoledì, a cena, tra la zuppa e il secondo, le aveva detto con disinvoltura: «Domani chiudiamo una cosa. Porto gente importante. Non aspettarmi in orario».
Larisa aveva annuito e gli aveva messo davanti il bis. Non le era venuto in mente di chiedere cosa fosse quella cosa. E quella cosa era questa. Larisa si alzò e attraversò lo studio.
Le pantofole strusciavano sul parquet. Nel corridoio gocciolava il rubinetto. Da tempo avrebbe voluto farlo riparare. Ora, a quanto pareva, avrebbe dovuto farlo da sola.
Tornò al portatile e capì cosa doveva fare. C’era poco tempo. Sull’orologio nell’angolo dello schermo c’era circa l’una e mezza. Sergej aveva la presentazione la mattina.
Ricordava. Aveva detto che gli ospiti sarebbero arrivati alle undici. Quindi entro le undici doveva farcela. Nove, massimo dieci ore.
E in quelle ore doveva raccogliere tutto. Quaderni, chiavette, file dal Cloud, screenshot delle email inviate, date, metadati, tutto ciò che provava che il libro era suo, che sulla scrivania di Sergej non c’era il suo romanzo, ma il suo. E doveva chiamare qualcuno. Larisa passò in rassegna le persone nella sua testa.
La figlia no, non ora, non al telefono, non di notte. Le amiche, buone, affettuose, ma non avrebbero potuto aiutarla, non se ne intendevano. E in quel momento le venne in mente Tat’jana. Tat’jana Nikolaevna, la correttrice di bozze della casa editrice.
Si erano conosciute prima che Larisa sposasse Sergej. Tat’jana allora lavorava nello stesso posto in cui Larisa aveva fatto il tirocinio in una rivista. Larisa era una studentessa di filologia, portava le trecce lunghe e aveva paura di tutti. Tat’jana aveva una decina d’anni in più, portava gli occhiali con la catenella e beveva il tè da un thermos con i fiordalisi.
Erano diventate amiche in modo strano, in silenzio, attraverso i testi. Tat’jana correggeva i suoi primi racconti e una volta le aveva detto: «Hai orecchio, ragazza mia. Tienilo caro». Poi Larisa si era sposata, aveva lasciato il giornalismo, si era trasferita all’altra estremità della città, ma con Tat’jana continuavano a sentirsi ogni tanto.
Per i compleanni, per Capodanno, a volte solo per parlare. Tat’jana aveva lavorato per tutto quel tempo nella stessa casa editrice in cui Sergej già da molti anni lavorava come redattore. Una piccola casa editrice, si conoscevano tutti. Larisa prese il telefono.
Esitò un attimo. L’una e mezza era tardi. Ma Tat’jana, se ricordava bene, andava a letto tardi. «Ho l’insonnia, ragazza mia.
Sto con un libro fino all’una. » Compose il suo numero. Uno, due, tre squilli. Stava per riattaccare quando nella cornetta scattò qualcosa.
«Pronto? Tanja, sono Larisa. Scusa se chiamo a quest’ora. »
Nella cornetta ci fu una pausa.
Tat’jana non riconobbe subito la voce. «Lara, Dio, quanti anni sono passati? È successo qualcosa? »
«Sì» disse Larisa.
All’inizio non sapeva da dove cominciare. Aprì la bocca e le parole cominciarono a uscire da sole. Di Sergej, della valigia, di Mila, del «chi ti vuole alla tua età», delle email trovate, dei capitoli spariti. Parlava veloce, confusa, senza ordine, perché l’ordine era svanito.
Erano rimaste solo le parole. Tat’jana dall’altra parte taceva, non la interrompeva. Una sola volta disse: «Aspetta, mi siedo». Quando Larisa finì, Tat’jana espirò a lungo nel telefono, come una persona che ha trattenuto il fiato a lungo.
«Lara» disse, «ascoltami attentamente. Ora ti dico una cosa e non spaventarti. »
«Dimmi. »
«Ho visto il tuo manoscritto.
Cioè, non il tuo, cioè, l’ho corretto. Mi avevano detto che era di Sergej. »
A Larisa si gelò il sangue tra le scapole. «Quando?
»
«Nelle ultime due settimane. Me l’hanno dato per la pulizia interna, prima della redazione principale. Appena ho cominciato a leggere, mi è venuta la pelle d’oca. Sai, il mio orecchio, ricordi?
Mi sono detta: non può Levin scrivere così. Lui è un recensore solido, gli articoli gli vengono bene, ma qui scrive un’altra persona. Scrive una donna, e io riconosco l’intonazione. Sai, tu hai una cosa.
La frase lunga la spezzi sempre con una breve, come se facessi un respiro. Lui non l’ha mai avuto. E qui è a ogni due pagine. E poi la madre.
La madre lì è tua madre. Una volta l’ho vista alla tua discussione di laurea. Ricordi? Era venuta con il foulard blu.
Quel foulard blu è nel testo. »
«Nel terzo capitolo» disse Larisa. «Nel terzo? Sì.
Allora ho pensato: o sto impazzendo, o qui c’è qualcosa che non va. Volevo chiamarti. E poi mi sono detta: ma chi lo sa, una famiglia sola. Magari gliel’hai dato tu.
Magari è una co-autrice, magari non voglio ficcare il naso nelle cose degli altri. Lara, perdonami di non averti chiamato subito. »
«Tanja, tu non c’entri nulla. Non potevi saperlo.
»
«Aspetta» la quasi interruppe Tat’jana. «Ora è importante un’altra cosa. Domani hanno la presentazione a porte chiuse. Lo so.
Ci sarà anche Morozov, i legali e gente della rete libraria. Prepareranno un contratto preliminare. Sergej ci va come autore. Se firma, sarà molto più difficile riaverlo.
Capisci? »
«Capisco. »
«Lara, cosa hai in mano? »
«Tutto.
Quaderni, chiavetta, Cloud, email inviate dalla mia casella alla sua, scene che non conosce. »
«Puoi mandarmi tutto adesso? »
«Sì. »
«A chi lo portiamo?
» «A Morozov, al capo. Lavoro con lui da vent’anni. Gli telefono domani alle sette del mattino. Dirò ad Aleksej Petrovič: prima della presentazione passi da me, e gli metto sul tavolo tutto quello che mi mandi.
E nel frattempo chiamo Igor’. È il nostro legale. Ha un debito con me. È il figlio della mia vicina, gli ho aiutato a finire gli studi.
Consiglierà cosa serve e se riusciamo a farcela entro domani mattina, a Sergej il badge smetterà di funzionare all’ingresso. Capisci che è una cosa seria? Non è una lite familiare. È già un articolo di legge.
»
«Capisco» disse Larisa. La voce di Tat’jana si era fatta più ferma. Larisa ci sentì la stessa donna della sua giovinezza, quella con gli occhiali con la catenella e il thermos, che correggeva con la penna rossa e diceva: «Ricorda, ragazza mia, per un buon testo bisogna lottare». «Lara, senti.
Ora siediti e lavora. Questa è la tua notte. Mi senti? Non piangere.
Non compatirti. Non chiamarlo. Questa è la tua notte. Domani sarà tardi.
»
«Sono seduta» disse Larisa. «Sono già seduta. »
Si salutarono. Larisa posò il telefono accanto ai quaderni, andò in cucina, rimise il bollitore.
Quella sera, a quanto pareva, non sarebbe stato l’ultimo. Dallo scaffale prese un barattolo di caffè in grani che Sergej portava dai viaggi di lavoro e che lei quasi non beveva, perché dopo il caffè di notte le batteva il cuore. Oggi poteva battere, oggi poteva. Lo macinò, lo fece nella piccola caffettiera, aggiunse il latte, prese la tazza, tornò nello studio, si sedette, sistemò la lampada, aprì un nuovo file, lo chiamò «prove» e cominciò a raccogliere.
Prima gli screenshot degli inviati, ogni email con data e ora. Poi le copie dei file dal Cloud con le proprietà dettagliate, data di creazione, data di modifica, cronologia delle versioni. Poi le foto dei quaderni. Prese il telefono, distese i quaderni sul tavolo sotto la lampada, apriva ciascuno sulla prima pagina con la data e fotografava.
Fotografava anche le pagine doppie, soprattutto quelle con le scene iniziali. La madre, l’ascensore, la tazza verde. Ai margini, la sua calligrafia di dieci anni prima. «Rifare, togliere ripetizioni, aggiungere il profumo dei lillà.
» Quelle stesse note che forse erano rimaste nei file. Sergej forse non aveva fatto in tempo a ripulire tutto. Aveva fretta. E lei sapeva come lavorava lui, in fretta e in superficie.
Allo stesso tempo le venne in mente un’altra cosa. Aveva una corrispondenza con l’amica Olja di cinque anni prima. Larisa le aveva raccontato la trama del romanzo a grandi linee in messaggi privati. Larisa entrò in Messenger, scorreva fino al 2020.
«Ecco, Olečka, immagina, la mia protagonista è così, capisci, trasparente come l’acqua in un bicchiere, e suo marito non la vede. Lui è un letterato, anche lei, ma lui è sempre in primo piano. Lei è l’ombra. E alla fine si siede al tavolo e scrive una lettera che cambia tutto.
» Data: 12 marzo, cinque anni prima. Allora Sergej non aveva ancora parlato del suo romanzo. Larisa fece uno screenshot. Il caffè si era raffreddato.
Lo bevve in un sorso, se ne fece un altro. Squillò il telefono. «Lara, mi sono messa in contatto con Igor’. Ora non dorme, beve caffè, aspetta che gli mandi i materiali.
Gli inoltrerò tutto quello che mi mandi. Tra due ore farà un breve rapporto di servizio. Alle sette del mattino sarà da Morozov. Alle otto e quaranta, quando arriverà la prima segretaria, chiederemo una limitazione temporanea dell’accesso di Sergej sulla base di una segnalazione di possibile violazione del diritto d’autore.
Fino a chiarimento. È legale. Succede. Non significa punirlo subito.
Significa fermare la presentazione. »
«Va bene» disse Larisa. «Come stai? »
«Sto bene.
»
«Non mentire» disse Tat’jana. «Ma questo è il bene giusto. Il bene da lavoro. Bene, manda.
»
Larisa cominciò a inviare. File dopo file, screenshot dopo screenshot, un archivio nel Cloud con il link alla mail di Tat’jana. Ogni volta che mandava un altro pacchetto, qualcosa dentro di lei si raddrizzava un po’. Quando ebbe mandato il pacchetto di foto dei quaderni e una nota vocale che aveva trovato per caso, una nota di sei anni prima, in cui dettava da sola, in tram, la trama, erano quasi le quattro del mattino.
Fuori cominciava ad albeggiare. Larisa si alzò, si stiracchiò, andò alla finestra. Il cortile era vuoto. Sull’asfalto c’era un cerchio giallo dalla lampada.
Tornò al tavolo, si sedette. Guardò la pila di quaderni, il portatile, la tazza vuota, la foto nella cornice sul bordo della scrivania. C’erano lei e Sergej, dodici anni prima, alla dacia di sua madre. Lei con la felpa bianca, lui con il braccio sulle sue spalle.
Larisa girò la cornice a faccia in giù. Con calma, senza rabbia, solo perché non desse fastidio. Il bollitore in cucina fischiò di nuovo, lo aveva dimenticato acceso. Larisa andò in cucina, spense il gas, si versò un tè fresco, nero, con il limone del frigo.
Rimase alla finestra. Sul tetto della casa accanto sorgeva un’alba pallida, grigio-rosa. Da qualche parte nel palazzo sbatterono una porta, qualcuno usciva presto per andare al lavoro. Larisa bevve.
Dentro di lei non c’era più né dolore né paura. C’era qualcosa di duro, diritto, silenzioso, come una pietra sul fondo del fiume. «Chi ti vuole alla tua età? » le venne in mente.
E per la prima volta dalla sera, sorrise piano, quasi a sé stessa. La mattina di Sergej cominciò con una canzone. Mentre si radeva, canticchiava qualcosa di vecchio, sovietico, allegro, e ammiccava a sé stesso nello specchio. Si asciugò la schiuma rimasta con l’asciugamano, passò la mano sulla barba curata.
Il barbiere del nuovo salone vicino alla casa editrice era caro, ma aveva le mani d’oro. Sergej indossò la camicia blu, quella in cui il giorno prima era entrato così bene il suo nuovo vita. Si mise una cravatta grigio scuro, la giacca, tirò fuori dalla scatola le scarpe scamosciate. Oggi può permetterselo.
Oggi è l’autore. Nell’appartamento in affitto che Mila aveva preso per due settimane, finché non avessero trovato qualcosa di meglio, c’era luce ed era vuoto. Dei mobili: un letto, una poltrona, un tavolino, una lampada a stelo. Sul tavolino c’era una copia stampata del manoscritto in una sottile rilegatura di plastica.
«Il lato silenzioso». Autore: Sergej Levin. Sergej prese il manoscritto, passò il palmo sulla copertina, come si accarezza una cosa viva. Rilesse il suo nome, sorrise.
«Bene, andiamo» disse a sé stesso. In macchina, verso l’ufficio, ripassò ancora una volta il suo discorso. «Per molto tempo non ho osato scrivere. Mi sembrava impossibile cominciare così tardi.
Ma la crisi personale dell’ultimo anno mi ha costretto. Mi ha costretto a guardarmi dentro. E quando l’ho fatto, ho visto questa donna, l’eroina, come se mi avesse aspettato per tutti quegli anni. » Mila aveva detto che la frase «come se mi avesse aspettato per tutti quegli anni» era forte, che agli investitori piaceva.
Sergej la ripeté ad alta voce un’altra volta, controllò l’intonazione. Veniva bene. Davanti alle porte di vetro della casa editrice lo aspettava già Mila, in un severo abito verde scuro, con la cartellina della presentazione sotto il braccio. Quando vide Sergej, gli venne incontro.
«Serëža, sei puntuale! Morozov è già su. Gli ospiti arrivano alle undici, abbiamo quaranta minuti. Ti ripasso le slide.
» Lo baciò sulla guancia, in fretta, asciutto, da segretaria. Profumava di caffè fresco e di un profumo leggero. Sergej la guardò e pensò che con una donna così non ci si doveva vergognare di stare sul palco. Con Larisa non avrebbe invitato nessuno.
Lei, alla sua età, con quei maglioni. Ma che palco. Si avvicinarono al tornello. Sergej estrasse il badge dalla tasca interna della giacca e lo appoggiò al lettore.
E invece del solito verde «benvenuto», lo schermo lampeggiò di rosso, netto come uno stop. «Accesso bloccato. » Sergej sbatté le palpebre, guardò il badge, guardò lo schermo, lo riappoggiò. «Accesso bloccato.
» «Che sciocchezza è questa? » borbottò. «Un guasto. Mil, a te funziona?
» Mila, leggermente accigliata, appoggiò il suo. Il tornello ronzò brevemente, si aprì e si richiuse subito, perché non era passata. «A me funziona» disse, e guardò la guardia. La guardia, un ragazzo giovane con la divisa di servizio, si raddrizzò con imbarazzo.
Sergej lo conosceva di vista. «Sergej Viktorovič, buongiorno» disse la guardia a bassa voce, senza guardarlo negli occhi. «Ho una disposizione qui. Sul suo badge c’è una limitazione da parte dei legali, fino a chiarimento.
»
«Fino a chiarimento di cosa? » Sergej sorrise, come sorridono gli adulti quando i bambini fanno stupidaggini. «Andrej, che chiarimento? È una stupidaggine tecnica.
Chiama di sopra, di’ che sono arrivato. »
«Non posso» disse la guardia. «Ho un ordine diretto. Non farlo passare.
Se vuole, resti in hall. Chiamo subito il referente. »
«Il referente» ripeté Sergej. Riappoggiò il badge.
Rosso. Un’altra volta. Rosso. Sul monitor di servizio alla postazione della guardia, accanto alla foto di Sergej, si accese una piccola riga bianca su sfondo scuro.
«Presentazione del progetto “Il lato silenzioso” sospesa. Segnalata violazione del diritto d’autore. » Mila la lesse prima di lui. Sergej lo capì dal tremore all’angolo della bocca.
Lei spostò lo sguardo dallo schermo a Sergej, poi di nuovo allo schermo. «Serëža» disse piano. «Che cos’è? »
«Non lo so.
» Non sorrideva più. «Non lo so. È un idiozia. » Tirò fuori il telefono, compose il numero di Morozov.
Toni lunghi. Poi cadde nella segreteria. Morozov non rispondeva. Sergej compose il numero della vice, Anna Leonidovna.
Non rispondeva. Compose la segreteria del reparto. La segretaria rispose al terzo squillo, ma in modo evasivo. «Sergej Viktorovič, mi hanno detto di metterla in comunicazione solo previa autorizzazione.
La richiamo io. » «Aspetta, cosa mi stai dicendo? Metta subito in comunicazione con Morozov. Tra quaranta minuti ho ospiti qui.
» «La richiamo io» disse la segretaria e riattaccò. Sergej abbassò il telefono. La hall odorava di caffè e di inchiostro fresco. Lontano, dietro il vetro, sedevano due ragazze della reception.
Entrambe facevano finta di essere occupate con gli schermi, ma Sergej vide una di loro guardare di nascosto nella sua direzione, verso lo schermo rosso del suo tornello. Sentì il calore salirgli sulla nuca. «Serëža? » Mila lo prese per il gomito.
«Questa è Larisa. »
«Come, Larisa? » Si voltò verso di lei. «Cosa c’entra?
Siede a casa a piangere sul cuscino. Al computer non va oltre la sessione. Ti dico che è un guasto. Lo risolviamo subito.
»
In quel momento, dietro le porte di vetro lato strada, si fermò un taxi. Le porte si aprirono e scese Larisa. Non la Larisa che il giorno prima era in vestaglia e pantofole nel corridoio. Questa era vestita con un cappotto rigoroso, grigio scuro.
Sotto, un maglione che non le aveva mai visto. Calmo, bordeaux, costoso. Capelli tirati indietro, rossetto nello stesso tono, in mano una grande cartella nera e una vecchia chiavetta USB con un laccetto. Dietro di lei scese dall’auto una donna più anziana con gli occhiali con la catenella, capelli corti, in impermeabile.
Sergej non la riconobbe subito. Tat’jana, la correttrice. Quella che conosceva Larisa fin da ragazza. E dall’altro lato già li aspettava Igor’, il legale della casa editrice, a cui si era gelato il sangue: giovane, curato, in abito nero con una sottile cartella di pelle sotto il braccio.
Tutti e tre si avvicinarono al tornello. Igor’ mostrò alla guardia il tesserino di servizio e un breve foglio stampato. Andrej annuì e premette il pulsante. Il tornello si aprì con un solo movimento.
Larisa passò, Tat’jana dietro, Igor’ per ultimo. Larisa si trovò proprio di fronte a Sergej. Tra loro c’erano solo lo schermo rosso e un metro di pavimento. «Tu» disse Sergej.
La voce gli si spezzò, si schiarì la gola. «Che cosa stai facendo? »
Larisa guardò il tornello, la scritta rossa, poi lui. «Strano» disse piano e dritto.
«Ieri dicevi che nessuno mi vuole. »
Sergej aprì la bocca e non trovò risposta. Mila, accanto a lui, fece un piccolo passo indietro. Larisa si voltò verso Igor’.
«Andiamo. » Il legale annuì. «Morozov aspetta. »
Sergej si mosse in avanti.
«Vengo con voi. Vengo anche io. È la mia presentazione. Ho gente lì.
»
Igor’ si voltò con calma. «Sergej Viktorovič, la presentazione è sospesa. Agli ospiti è già stato inviato l’avviso. Morozov la aspetta nella sala riunioni 12.
Non come autore, ma come partecipante a un controllo interno. Andrej l’accompagnerà. » Andrej aprì il passaggio laterale di servizio. Sergej strinse i pugni nelle tasche della giacca, ma si avviò lì.
La sala riunioni 12 era piccola, lunga, con un tavolo ovale e le persiane alle finestre. Morozov sedeva a capotavola, capelli grigi, massiccio, con gli occhiali. Accanto a lui la vice Anna Leonidovna e il capo dell’ufficio legale. Sul tavolo c’era già il manoscritto stampato di Sergej nella sua rilegatura di plastica.
La sua presentazione con le slide, una pila di stampe, screenshot, metadati dei file, copie delle email e, in disparte, la pila dei vecchi quaderni. Larisa posò accanto la sua cartella nera, la aprì, tirò fuori un’altra copia, si sedette. Tat’jana si sedette accanto. Igor’ prese posto di fronte a Sergej.
Mila rimase nel corridoio. Morozov la guardò e disse alla segretaria di far entrare anche lei. «Ha lavorato al manoscritto. » Mila entrò e si sedette in disparte, sulla sedia più lontana.
Non sulla sedia dell’autore, su una sedia laterale. Morozov alzò gli occhi verso Sergej. «Sergej Viktorovič. Mezz’ora fa mi hanno messo sul tavolo dei materiali.
Ho avuto il tempo di esaminarli. Voglio sentire lei. »
«Aleksej Petrovič» Sergej si chinò in avanti, cominciò a parlare in fretta, confidenziale. «È un’isteria familiare.
Ieri ci siamo lasciati. Sono andato via da Larisa e lei, beh, una donna. Capisce, l’offesa. Ha deciso di vendicarsi.
Tutto qui. Nessuna violazione. Il manoscritto è mio. »
«Va bene» disse Morozov.
«Igor’ Alekseevič, per favore, con ordine. »
Il legale aprì la sua cartella. «Il manoscritto “Il lato silenzioso” presentato da Sergej Levin per la presentazione. Il file, secondo le proprietà del documento, è stato creato quattro mesi fa.
Tuttavia, all’interno del file, nei commenti nascosti, sono rimaste note del seguente contenuto. » Igor’ prese una stampa e lesse: «“Rifare la scena con mamma, togliere ripetizioni, aggiungere il profumo dei lillà”. Queste note, secondo i metadati, sono state inserite dieci anni fa da un dispositivo registrato a nome di Larisa Viktorovna. Questo è il primo punto.
»
Sergej sbatté le palpebre. «Non significa niente. Aspetti… »
«Inoltre» continuò Igor’ con calma, «abbiamo copie dei file dall’archivio cloud di Larisa Viktorovna con gli stessi testi.
Date di creazione da dieci a cinque anni fa. Abbiamo quaderni manoscritti di sua mano, con le sue correzioni, con le date sulla prima pagina. Abbiamo una corrispondenza con una terza persona di cinque anni fa, in cui viene raccontata la trama, i nomi delle eroine, le scene chiave. Abbiamo una registrazione vocale della sua voce, in cui detta un frammento sei anni fa.
E infine» Igor’ alzò leggermente un sopracciglio, «abbiamo le email dalla sua casella di posta al suo indirizzo personale, inviate di notte due mesi fa, con allegati. Nelle date in cui Larisa Viktorovna, per motivi di salute, assumeva forti sonniferi e fisicamente non poteva farlo. »
«Le ha mandate lei stessa» disse in fretta Sergej. «E poi mi ha accusato.
»
«Sergej Viktorovič» disse con dolcezza Anna Leonidovna. «Lei è qui in una stanza con noi. La prego di pensare a quello che dice. »
Sergej si passò una mano sulla fronte.
Sulla fronte gli apparve del sudore. «Ascolti, Aleksej Petrovič. Io e Larisa, beh, stiamo insieme da molti anni. Ne abbiamo discusso insieme.
Era una creazione familiare comune. Io prendevo spunti, lei aiutava. È la normale cucina di uno scrittore. »
«Quindi il manoscritto è in parte suo» precisò Morozov.
«In parte. » Sergej esitò. «Beh, diciamo che trascriveva le mie idee. »
«Trascriveva le sue idee dieci anni fa» chiese Igor’.
«Quando lei, secondo le sue stesse parole in un’intervista di due anni fa, stava solo cominciando a pensare a un suo libro. » Sergej tacque. «Ed è pronto a confermare di aver inserito nel manoscritto almeno un frammento di sua creazione? » continuò Igor’.
«Nomini una qualsiasi scena che ha scritto personalmente. Apriamo il capitolo e lei ne racconta il contenuto. »
«È ridicolo» disse Sergej con una scrollata di spalle. «Che devo fare un esame?
»
«Sergej Viktorovič? » Morozov alzò gli occhi su di lui. «Nel terzo capitolo c’è la scena nella stanza di una ragazza, con la tazza verde sul davanzale, una crepa nel vetro e la paura del rumore dell’ascensore. È una delle scene chiave.
La racconti. Da dove viene la crepa? Da dove viene la tazza? Perché l’ascensore?
»
Sergej aprì la bocca, la chiuse, la riaprì. Nella testa gli affiorò qualcosa sulla tazza, qualcosa sulla madre, ma non ricordava come fosse quella scena né cosa ci fosse di importante. Il suo manoscritto lo aveva letto l’ultima volta due settimane prima, di sfuggita. Ora tutto si disgregava.
«Sono immagini artistiche» riuscì a dire. «Non vengono da un luogo. Sono semplicemente arrivate. »
Larisa si schiarì la gola.
«Posso? »
Morozov annuì. Larisa non si voltò verso Sergej. Guardava il caporedattore.
«È la stanza da ragazza di mia madre, nella casa al limite del paese. La tazza era la sua preferita. Mamma la chiamava “la mia verde”. Ci metteva sempre la cicoria del mattino.
La crepa nel vetro è comparsa quando avevo sette anni. Ho tirato una palla contro la finestra e mamma non mi ha sgridata. Mi ha solo abbracciata e ha detto: “Che resti come ricordo”. In quella casa non c’era ascensore.
L’ascensore è del nostro appartamento, del mio matrimonio, all’ottavo piano. Il suo rumore mi ha sempre provocato ansia, soprattutto di notte, quando il marito tardava. L’eroina del libro è un’immagine composita, ma questi tre dettagli sono miei. Sono entrati nel romanzo dieci anni fa, nella prima stesura, e da allora non sono cambiati.
»
Morozov guardò Sergej. Sergej taceva. Sotto il labbro inferiore gli tremava un muscolo. «È tutto» disse Larisa.
Morozov si tolse gli occhiali, li posò sul tavolo, tacque, poi disse, non ad alta voce, non con cattiveria, molto ordinariamente, come si parla in una riunione operativa: «Sergej Viktorovič, la presentazione è annullata. Il contratto per il progetto “Il lato silenzioso” con lei è sospeso fino alla fine del controllo interno. Il suo accesso all’edificio rimane limitato. Questo è il primo punto.
Il secondo: sulla questione dell’utilizzo delle risorse lavorative della casa editrice per la preparazione di un progetto con paternità altrui, verrà condotta un’indagine di servizio separata. Questo è tutto ciò che posso dire per ora. Documenti, Igor’ Alekseevič, provveda lei. »
Sergej si alzò.
«Aleksej Petrovič, lavoro qui da dodici anni. »
«Lo so» disse Morozov senza alzare gli occhi. «Per questo la cosa mi è particolarmente spiacevole. »
Sergej si precipitò verso la porta, si voltò a guardare Mila.
Mila sedeva dritta, le mani giunte sulle ginocchia, e guardava il tavolo. Non lui: il tavolo. Sergej aprì la bocca per dirle qualcosa, ma cambiò idea. Lei si alzò per prima.
Passò accanto a lui senza toccarlo con la spalla. Non alzò gli occhi. Spinse la porta e uscì nel corridoio. I suoi tacchi battevano sulle piastrelle in fretta, dritti.
Si allontanavano. Sergej uscì dietro di lei. Nel corridoio non c’era più nessuno. Solo in fondo, lontano, brillava lo schermo rosso del tornello.
E su di esso, sembrava, bruciavano ancora quelle stesse due parole. Una settimana dopo, nella stessa sala riunioni 12, non c’erano più gli investigatori, ma i redattori. Morozov mise davanti a Larisa una cartella con il contratto preliminare e disse: «Prego, Larisa Viktorovna. Vogliamo pubblicare il suo libro con il suo nome».
Larisa guardava il foglio e non aveva fretta di prendere la penna. Le sembrava che il romanzo fosse ormai tutto sporco. Scandalo, controllo, chiacchiere nei corridoi. Tat’jana, seduta accanto, si chinò verso di lei e disse a bassa voce, perché la sentisse solo lei: «Lara, capisci una cosa.
L’hanno rubato. Non perché è debole. L’hanno rubato perché è forte. Le cose deboli non si rubano».
Larisa tenne quella frase dentro di sé come una tazza calda tra le mani fredde. Poi prese la penna e firmò. Poi vennero mesi che per sé chiamava silenziosi. Silenziosi perché, per la prima volta dopo molti anni, nella sua vita non c’era una voce estranea che giudicava, sogghignava o derideva.
C’erano la sua scrivania, il suo portatile, il suo caffè del mattino nella stessa tazza con lo sbrego. C’era il redattore Kirill Sergeevič, un giovane con il maglione con le toppe ai gomiti, che leggeva il suo capitolo e chiedeva: «E ora cosa sente l’eroina? » E mai una volta le aveva detto: «Non pensa che una donna della sua età sia troppo tardi per scriverne». C’era Tat’jana con la penna rossa e il tè del thermos.
La sera Larisa tornava a casa, dava da mangiare al gatto grigio in cortile, saliva, metteva il bollitore e si risedeva al tavolo. Katja veniva nei fine settimana, portava pasticcini impossibili, si sedeva per terra ai suoi piedi e diceva: «Mamma, ora sei come ringiovanita». Larisa rideva, agitava una mano, ma allo specchio, la mattina, notava anche lei che il viso era diverso. Non più giovane, semplicemente suo.
Di Sergej le arrivavano frammenti. Mila lo aveva lasciato due settimane dopo la sala riunioni. Qualcuno diceva che era tornata nella sua città. Sergej aveva cercato di farsi assumere in un’altra casa editrice, più piccola, più modesta, ma la stretta di mano nel loro ambiente era rapida e la fama di quell’avvenimento precedeva il suo curriculum.
Una volta Larisa ricevette una sua chiamata nel cuore della notte. Era ubriaco, cominciò: «Larka, tu capisci… ». E Larisa riattaccò con calma.
Non chiamò più. Dopo sei mesi il romanzo uscì. «Il lato silenzioso della casa». Larisa Viktorovna.
Copertina semplice, beige, con una grafica delicata di una finestra e di una tazza verde sul davanzale. L’aveva scelta lei tra dieci varianti. La presentazione fu programmata nella stessa casa editrice, nella grande sala al secondo piano. Larisa arrivò un’ora prima.
Passò attraverso lo stesso tornello, con un badge da visitatrice, questa volta con il suo nome. Lo schermo si accese di verde, morbido e ordinario. Al secondo piano stavano già sistemando le sedie. Sul grande schermo dietro il palco ruotava la copertina.
Tat’jana la accolse all’ingresso, le sistemò il colletto del maglione, quello stesso bordeaux, e disse: «Bene, ragazza mia, vai». Nella sala c’era molta gente, per lo più sconosciuta. Katja sedeva in seconda fila. Accanto a lei, Artëm serio, con un mazzo di fiori di campo sulle ginocchia.
Larisa salì al microfono e le mani le tremarono comunque. Aprì il libro alla prima pagina, si schiarì la gola e cominciò a leggere di una donna che la mattina esce in cucina, mette il bollitore, guarda dalla finestra e pensa che la sua vita, a quanto pare, l’ha vissuta nella stanza di qualcun altro. La sala tacque. Da qualche parte in fondo scricchiolò una sedia e poi di nuovo silenzio.
Larisa finì il brano, alzò gli occhi. Nei primi secondi non ci fu nulla, e poi la sala applaudì a lungo, disordinatamente, sul serio. Non per la biografia, non per lo scandalo. Per il testo.
Quella sera Sergej venne davanti all’edificio. Rimase fuori, dietro le porte di vetro, con il suo vecchio cappotto, e guardò dentro. Nella lista degli ospiti non c’era, lo aveva verificato prima di venire. Sul grande schermo dentro ruotava lentamente la copertina: «Larisa Viktorovna.
Il lato silenzioso della casa». Arrivavano persone con i libri, si mettevano in fila al suo tavolo per l’autografo. Larisa sedeva al tavolo, firmava, diceva qualcosa a ciascuno, sorrideva. A un certo punto alzò la testa e i loro sguardi si incrociarono attraverso il vetro per un secondo, forse due.
Sergej fece un piccolo passo indietro, come se aspettasse che lei si alzasse, uscisse, dicesse qualcosa. Larisa abbassò gli occhi sul libro, scrisse con cura sulla pagina del titolo «Con calore» e porse il volume alla donna successiva della fila. Non si voltò bruscamente, non fece finta di non averlo visto. Semplicemente continuò il suo lavoro.
A casa Larisa tornò tardi. Katja e Artëm la accompagnarono all’ingresso, lei abbracciò la figlia, salì. Nell’ingresso accese la luce, posò per terra la scatola delle copie d’autore: dieci libri, pesanti, odorosi di stampa. Si tolse il cappotto, passò nello studio e si sedette davanti al cassetto in basso della vecchia cassettiera di legno.
Quella stessa dove per dieci anni erano stati i suoi quaderni. Aprì il cassetto. Dentro, pile ordinate di normali quaderni a quadretti con le spirali e le copertine consumate. In cima, la chiavetta blu con la lettera «L» scarabocchiata dalla mano bambina di Katja.
Larisa prese dalla scatola un libro, quello proprio in cima, ancora un po’ tiepido di stampa. Lo posò sopra la pila dei quaderni. Rimase un attimo a guardare la copertina beige tra le vecchie copertine a quadretti. Con delicatezza chiuse il cassetto.
La serratura scattò piano. In cucina fischiò il bollitore. Lo aveva messo su prima ancora di togliersi il cappotto, per abitudine. Larisa andò, spense il gas, si versò il tè nella sua tazza con lo sbrego, si avvicinò alla finestra.
Nella casa di fronte brillavano le solite finestre serali. Qualcuno cenava. Da qualcuno la televisione mandava una luce blu. Su un balcone fumava un uomo in canottiera.
Proprio come allora, in quel giovedì sera. Il mondo dietro il vetro non era cambiato. Era cambiata la finestra da cui lei guardava. Sergej pensava di portarle via la giovinezza, la sicurezza e la voce.
Pensava, andandosene, di lasciarla in una stanza vuota con dei quaderni inutili. Ma in realtà, senza saperlo, le aveva aperto lui stesso la porta a cui per molti anni lei si era avvicinata senza osare di spingerla. Quel giovedì aveva detto: «Chi ti vuole? » E in quella stessa notte di giovedì, lei, per la prima volta in ventitré anni, si era risposta da sola: «Io».
Piano, senza testimoni, senza teatro. E quella risposta era tale che nessuno avrebbe potuto portargliela via. Larisa bevve un sorso di tè. Il tè era caldo, il limone aspro, la tazza sua.
Domani avrebbe finito di scrivere un nuovo racconto. L’aveva cominciato la settimana prima. Non lo aveva ancora mostrato a nessuno, ma già viveva dentro di lei e chiedeva di uscire sulla carta.


