Quella notte mi svegliai per uno stimolo e una gola secca. Erano le tre del mattino e la villa di Fiesole, sopra Firenze, era immersa in un silenzio innaturale. Quando scesi le scale, dalla fessura della porta della cucina filtrava una luce fioca. Trattenni il respiro e guardai.

Mia suocera, donna Isabella, era china sull’isola di marmo con un mortaio. Stava triturando qualcosa. Poi sentii la voce di Giulia, mia cognata, che chiedeva cosa stesse facendo. E mia suocera rispose che erano pillole abortive, che le avrebbe mescolate nel mio brodo di piccione al mattino, per uccidere il bambino che portavo in grembo.
Ascoltai il loro piano con il sangue che mi si gelava. Volevano che abortissi, che sanguinassi, per poi cacciarmi di casa e far sposare Marco con Sofia, la figlia del presidente del gruppo Ricci. Avevano persino previsto di chiedermi indietro la Mercedes. Tornai in camera senza fare rumore.
Marco russava, ignaro. Mi chiusi in bagno e guardai allo specchio una donna diversa: una madre pronta a tutto. Il giorno dopo, quando mia suocera mi portò la ciotola con il bordo azzurro, finsi di mangiarla, ma la portai in camera e ne conservai un campione. Nei giorni seguenti recitai la parte della nuora debole e grata, mentre donna Isabella continuava a preparare il suo veleno.
Il terzo giorno, però, il piano cambiò. Quella sera Giulia annunciò di essere incinta di un uomo sposato, un magnate del pesce, e mia suocera si vantò con lei di come il ventre fosse un’arma. La loro avidità mi aveva ormai spogliato di ogni residua compassione. Quella notte donna Isabella salì nella mia stanza con il vassoio: brodo avvelenato per me e un bicchiere di collagene per Giulia.
Finsi un crampo e, mentre si voltava, rovesciai tutto il brodo nel bicchiere di collagene. Poi bevvi dell’acqua tiepida sotto i suoi occhi, fingendo di aver finito tutto. Il mattino seguente Giulia svenne in salotto in una pozza di sangue. Il veleno aveva fatto effetto su di lei.
In ospedale i medici dissero che l’utero di Giulia doveva essere asportato per salvarle la vita e che il feto era morto. Donna Isabella impazzì quando trovò il bicchiere a casa e capì. Corse fuori dall’ospedale e si gettò sotto un camion in autostrada. Marco, rimasto solo, tentò di fingere innocenza.
Ma io avevo prove: registrazioni delle sue promesse a Sofia, documenti di malversazione. Lo costrinsi a firmare il divorzio e a lasciare tutto. Con le mie prove, distrussi anche il suo futuro con Sofia: il gruppo Ricci lo abbandonò e nessuno lo assunse più. Ora vive di lavori umili, carico di debiti, mentre Giulia, disabile e piena d’odio, lo tormenta ogni giorno.
Io sono rimasta nella villa, libera, con mio figlio che nascerà in pace. Chi semina vento, raccoglie tempesta. Io avevo solo restituito il veleno che mi avevano preparato.


