Ho cresciuto tre figli da sola.
Quando avevano la febbre, restavo sveglia tutta la notte.
Quando servivano soldi per i libri, facevo turni extra.
Quando sono diventati adulti, mi dicevo che almeno una cosa l’avevo fatta bene: avevo dato loro una vita migliore della mia.
Poi, a settantatré anni, ho bussato alla porta di tutti e tre.
Nessuno mi ha lasciata entrare.
Mi chiamo Anna Maria Bellini e vivo in un piccolo paese fuori Perugia.
La casa in cui abitavo era vecchia. Le persiane non chiudevano bene, l’umidità saliva lungo il muro della camera e d’estate il caldo diventava difficile da sopportare.
Quell’anno stavo peggio del solito.
Avevo dolore all’anca, prendevo medicine per la pressione e da qualche settimana mi sentivo sempre stanca.
Il medico mi aveva consigliato di non restare sola per un po’.
Così una domenica mattina preparai una piccola valigia.
Due vestaglie.
Le pantofole.
Le medicine.
Un cambio di vestiti.

E una vecchia fotografia dei miei tre figli davanti alla nostra casa, quando Andrea aveva dodici anni, Marco nove e Chiara sei.
Pensavo di andare da Andrea per qualche settimana.
Era il maggiore.
Faceva l’avvocato a Firenze e viveva con la moglie, Francesca, in un appartamento grande abbastanza da avere persino una stanza che chiamavano “studio degli ospiti”.
Presi il treno regionale e poi un autobus.
Quando arrivai al suo palazzo, l’ascensore era guasto.
Salii quattro piani lentamente, fermandomi due volte.
Andrea aprì la porta.
Indossava una camicia bianca e stava parlando al telefono.
Quando mi vide, non sorrise.
— Mamma? Che ci fai qui?
Non era la domanda che mi aspettavo.
— Il medico dice che non dovrei stare sola per qualche settimana. Pensavo di fermarmi un po’ da voi.
Guardò la mia valigia.
Poi si voltò verso l’interno dell’appartamento.
— Dovevi chiamare.
— Ti ho chiamato ieri.
— Ero in riunione.
Rimase sulla soglia.
Non mi fece entrare.
— Questo è un periodo complicato. Francesca lavora da casa e io ho udienze quasi ogni giorno.
— Mi basta il divano.
Andrea abbassò la voce.
— Perché non vai da Marco? Ha una casa molto più grande.
Restai in silenzio.
Poi presi la valigia.
— Va bene.
Mentre scendevo le scale, sentii Francesca chiedere:
— Chi era?
Andrea rispose qualcosa che non dimenticherò mai.
— Nessuno. Mia madre è passata senza avvisare.
Nessuno.

Avevo lavorato per anni in una mensa scolastica perché lui potesse studiare legge.
Ma quel giorno ero “nessuno”.
Marco viveva vicino a Bologna.
Ci misi quasi tre ore per arrivare.
Aveva una villetta in periferia con un giardino ordinato, due auto davanti al garage e una bicicletta costosa appesa al muro.
Quando suonai, uscì con pantaloncini e maglietta.
— Mamma, perché non mi hai detto che venivi?
Gli spiegai la stessa cosa.
Il dolore all’anca.
Il medico.
La necessità di non restare sola per qualche settimana.
Marco si passò una mano tra i capelli.
— È un momento terribile.
— Anche per me.
Non sembrò sentirlo.
Mi raccontò di un cantiere in ritardo, di un cliente difficile e di una consegna importante.
Poi disse:
— Chiara ha più tempo di me. Dovresti andare da lei.
Lo guardai.
Ricordai quando aveva diciannove anni e voleva abbandonare l’università perché non riusciva a superare un esame.
Per due mesi mi alzavo alle cinque per preparargli qualcosa da mangiare prima che prendesse il treno.
Avevo venduto la collana che mia madre mi aveva lasciato per comprargli il computer necessario per gli studi.
Lui probabilmente non se lo ricordava più.
— Posso almeno bere un bicchiere d’acqua?
Quella domanda lo fece arrossire.
— Certo. Scusa.

Mi fece entrare in cucina.
Rimasi dieci minuti.
Poi ripartii.
Chiara viveva a Modena.
Era la più piccola.
Quando era bambina dormiva nel mio letto ogni volta che c’era un temporale.
Per anni avevo pensato che, se un giorno avessi avuto bisogno di qualcuno, sarebbe stata lei.
Arrivai nel tardo pomeriggio.
Chiara aprì in vestaglia.
Suo marito, Davide, stava guardando la televisione nel soggiorno.
— Mamma? È successo qualcosa?
Per la terza volta raccontai del medico.
Questa volta avevo imparato a non dire che volevo restare un mese.
— Anche pochi giorni — aggiunsi.
Chiara guardò verso il soggiorno.
— Davide non ama avere persone in casa.
Persone.
Non “mia madre”.
Persone.
— Non voglio disturbare.
— Non è quello. È che abbiamo le nostre abitudini.
Poi fece una pausa.
— Hai mai pensato a una residenza per anziani?
La guardai.
— Ho settantatré anni, Chiara. Non novantatré.
— Non intendevo una casa di riposo triste. Ci sono posti bellissimi. Avresti assistenza, compagnia, pasti…
— E degli estranei.
— Mamma, non fare così.
Mi voltai.
— Come?
— Come se ti stessimo abbandonando.
Quella frase mi fece quasi ridere.
Avevo attraversato mezza Italia con una valigia chiedendo un letto ai miei tre figli.
E nessuno mi aveva offerto una notte.
— Va bene — dissi.
— Dove vai?
— A casa.
Fuori aveva iniziato a piovere.
Non avevo un ombrello.
Alla fermata dell’autobus tirai fuori la fotografia che portavo nella borsa.
Tre bambini davanti a una casa.
Andrea con un pallone sotto il braccio.
Marco senza un dente davanti.
Chiara che mi stringeva la gonna.
Sul retro avevo scritto la data.
Agosto 1998.
Rimasi a fissarla finché la pioggia non macchiò l’angolo della foto.
Il mio ultimo treno era già partito.
Non volevo richiamare nessuno.
Soprattutto non volevo bussare una seconda volta.
Andai alla stazione di Bologna Centrale perché sapevo che sarebbe rimasta aperta fino a tardi.
Comprai una bottiglietta d’acqua.
Non avevo fame.
Verso le nove Andrea mi telefonò.
— Mamma, Chiara dice che te ne sei andata arrabbiata.
— Non sono arrabbiata.
— Dove sei?
Guardai le persone trascinare valigie lungo il corridoio.
— Ho trovato un posto.
Era una bugia.
— Allora chiamaci domani.
— Certo.
Riattaccai.
Mi sedetti nella sala d’attesa.
Dopo un po’, un uomo con la divisa della stazione si avvicinò.
Avrà avuto poco più di sessant’anni.
— Signora, sta aspettando il treno del mattino?
Annuii.
Non so perché.
Forse mi vergognavo di dire la verità a uno sconosciuto.
Notò che tremavo.
Mi portò un bicchiere di tè caldo da un distributore e una coperta leggera che tenevano nell’ufficio.
— Anche mia madre dice sempre che non ha bisogno di niente — disse. — Poi scopro che non mangia da tutto il giorno.
Quelle parole mi fecero abbassare gli occhi.
Era la prima persona, quel giorno, a chiedersi se avessi mangiato.
Mi svegliai in ospedale.
Non ricordavo l’ambulanza.
Il medico mi spiegò che ero svenuta vicino ai bagni della stazione.
Disidratazione.
Pressione molto bassa.
Debolezza dovuta al fatto che avevo mangiato troppo poco negli ultimi giorni.
— È stata fortunata che qualcuno l’abbia vista subito.
Chiesi chi avesse chiamato i miei figli.
— Aveva tre contatti segnati come emergenza nel telefono.
Poco dopo li vidi entrare tutti e tre.
Andrea per primo.
Poi Marco.
Chiara aveva gli occhi gonfi.
Per alcuni secondi nessuno parlò.
Chiara si avvicinò al letto.
— Mamma…
Io guardai Andrea.
— Pensavo avessi trovato un posto — disse.
— L’avevo trovato.
— Dove?
— In stazione.
Marco si sedette.
Si coprì il viso con entrambe le mani.
Chiara cominciò a piangere.
— Perché non ci hai richiamati?
Quella domanda mi fece più male delle porte chiuse.
— Vi avevo già chiamati.
Nella stanza scese il silenzio.
Andrea cercò di spiegare.
Disse che aveva avuto una settimana difficile.
Marco parlò del lavoro.
Chiara disse che non aveva capito quanto stessi male.
Li ascoltai tutti.
Poi dissi:
— Sapete qual è la cosa che mi fa più male?
Nessuno rispose.
— Non è che mi abbiate detto di no. È che sono dovuta finire in una stazione perché vi ricordaste che sono vostra madre.
Chiara abbassò la testa.
Marco guardò la finestra.
Andrea smise di parlare.
Il giorno dopo mi proposero tutti qualcosa.
Andrea voleva che andassi a vivere con lui.
Marco disse che avrebbe sistemato una stanza al piano terra.
Chiara promise di accompagnarmi alle visite mediche.
Non accettai subito.
Non perché volessi punirli.
Avevo semplicemente capito una cosa.
Se fossi andata direttamente dalla porta della stazione a una delle loro case, avremmo fatto finta che tutto fosse risolto.
E non lo era.
Quando uscii dall’ospedale, tornai nella mia casa vicino a Perugia.
Marco fece riparare le persiane.
Andrea pagò qualcuno per sistemare il bagno in modo che fosse più sicuro.
Chiara cominciò a telefonarmi ogni sera.
All’inizio rispondevo poco.
Poi, lentamente, ricominciammo a parlare.
Non diventammo improvvisamente la famiglia perfetta.
Andrea ancora qualche volta dimenticava di chiamare.
Marco continuava a lavorare troppo.
Chiara smise di pronunciare la parola “residenza”.
Ma una domenica, tre mesi dopo, arrivarono tutti insieme.
Senza che li avessi invitati.
Andrea portò il pane.
Marco aggiustò una finestra.
Chiara cucinò la pasta.
Io li osservavo muoversi nella cucina dove erano cresciuti.
A un certo punto Andrea trovò sul mobile la vecchia fotografia che avevo portato con me quel giorno.
— Te la ricordi? — chiese.
— Certo.
Girò la foto.
L’angolo era ancora macchiato dalla pioggia.
Non gli dissi che quella macchia era comparsa mentre aspettavo un autobus dopo che sua sorella mi aveva chiuso la porta.
Non serviva.
Credo che lo capì da solo.
Ho cresciuto tre figli pensando che l’amore dato a un bambino sarebbe tornato automaticamente quando fossi diventata vecchia.
Non funziona così.
I figli crescono.
Hanno lavoro, famiglie, problemi, abitudini.
E a volte si abituano così tanto all’idea che la madre “se la cava sempre” da dimenticare che un giorno potrebbe non farcela.
Quella domenica non chiesi a nessuno di promettermi che non sarebbe successo più.
Preparai quattro caffè.
Poi cinque, quando arrivò anche Davide.
Ci sedemmo al tavolo.
Era poco.
Ma almeno, quella volta, nessuno mi disse di andare da qualcun altro.



